Io non ho paura (2009)

Studio sulle violenze domestiche contro le donne migranti

Il tema della violenza e dei maltrattamenti contro le donne è purtroppo trasversale a culture e paesi. Uscire da una spirale di violenza implica un percorso molto difficile e doloroso, per cui diventa fondamentale una rete che permetta alla donna di capire e accettare di essere vittima e non colpevole. Per le donne migranti c’è una specificità in più, però, perché spesso sono schiacciate in stereotipi, hanno paura del mondo che sta fuori e delle istituzioni, faticano a conquistare autonomia e sentirsi parte di un’autorità.

Questioni delicate al centro dell’ultima iniziativa della Commissione regionale per le Pari Opportunità: la ricerca Io non ho paura – I don’t fear, Studio sulle violenze domestiche contro le donne migranti, a cura di Centro d’iniziativa per l’Europa del Piemonte, Donne & Futuro – Libera associazione per le donne d’oggi onlus e Amapola – Progetti per la sicurezza delle persone e delle comunità, che è stato presentata il 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per il contrasto della violenza sulle donne.

La ricerca qualitativa Io non ho paura – I don’t fear, redatta da Ambra Formenti e Silvia Forni del Cie Piemonte, Elena Carli e Sara Caruso di Amapola, indaga il fenomeno della violenza domestica nei confronti delle donne immigrate, focalizzando l’attenzione sulle famiglie di migranti e di coppie miste che risiedono nelle due aree della Città di Torino e del Comune di Moncalieri. Tra aprile 2006 e settembre 2007 le ricercatrici hanno realizzato 47 interviste qualitative a risposta aperta, di cui 36 ad assistenti sociali, mediatrici culturali, operatrici di associazioni con servizi rivolti alle donne, operatori sanitari, forze dell’ordine, e 11 a donne migranti che hanno vissuto storie di violenza (9 a Torino e 2 a Moncalieri, anche se all’ultimo una di loro ha preferito non comparire e chiesto di cancellare la registrazione delle sue dichiarazioni): 4 provengono dalla Romania, due dal Marocco, una dall’Albania, una dal Perù, una dal Brasile e una dalla Somalia. Il campione delle donne intervistate è stato individuato sulla base della disponibilità indicate da servizi e operatori.

La scelta di una metodologia di tipo qualitativo, oltre che dall’oggettiva difficoltà a quantificare un fenomeno largamente sommerso, è stata dettata dal desiderio di far emergere la complessità e specificità di storie di violenza la cui gravità non sta tanto nell’incidenza numerica, quanto nella loro soluzione particolarmente problematica.

Non sono state poche le difficoltà incontrate, proprio in considerazione della delicatezza dell’argomento. Parlando con gli operatori, è emerso che le richieste di aiuto sono in aumento, anche se spesso chi dovrebbe sostenere ha paura di aprire ferite che non si sente in grado di fronteggiare. Per quanto riguarda invece le vittime, le loro storie sono tutte diverse e al tempo stesso tutte uguali, perché caratterizzate da una situazione familiare di crisi economica: tutte le intervistate hanno dichiarato di aver intrapreso un percorso di uscita dalla violenza. Due di loro hanno infatti avviato la pratica di divorzio, mentre una è ritornata con il marito per il bene del figlio e un’altra ha deciso di farlo, ma con calma. Se nel caso delle violenze domestiche le donne hanno deciso di chiedere aiuto di fronte ad avvenimenti talmente gravi da essere insopportabili (violenza di fronte a figli piccoli o nei confronti di parenti), tra le storie ce ne sono anche due di violenza sul posto di lavoro, quando il lavoro è quello della badante di persone anziane: non solo orari disumani, ma anche percosse e persino tentativi di violenza sessuale da parte dei figli della persona assistita.

A completamento della ricerca, sono poi stati organizzati quattro focus group con cui sono state raccolte esperienze e riflessioni di un campione di operatrici che, con diversi profili operativi e professionali, si occupano di dare sostegno e assistenza a donne che hanno subito maltrattamenti e violenze tra le mura domestiche. Le partecipanti fanno parte delle Associazioni AmericaLatina, Almaterra, Fratia, Hamal, Svolta Donna, dell’Asl To5 e della Banca del Tempo.

Il convegno di presentazione è stata una occasione di discussione non solo di nodi critici e problemi, ma anche di proposte e strumenti. La parola chiave emersa è fiducia. Perché queste situazioni sono complesse, e richiedono agli operatori risposte a 360° che in alcuni casi non riescono a dare; perché spesso le donne mostrano reticenza a farsi aiutare, anche per senso di vergogna. La fiducia, cioè la necessità di creare un rapporto di empatia con le donne, diventa fondamentale per aprire un percorso di uscita, ed è prioritario rispetto alla denuncia della violenza. Oltretutto, considerando la diffidenza nei confronti dei servizi socioassistenziali e del fatto che spesso anche l’autonomia, che la donna riesce a ottenere già solo lavorando, spesso si rivela una medaglia a due facce, per cui va aiutata e sostenuta.

Per questa seri di motivi, è necessario costruire una rete che sia formata, usi un linguaggio comune, provi a mettere in atto una serie di procedure comuni per evitare di non ricominciare sempre tutto da zero. Per tracciare un percorso duraturo c’è bisogno di formazione per gli operatori, oltre alla necessità di luoghi informali, in cui le donne si sentono più libere di sfogarsi, e dell’educazione alle relazioni di genere, soprattutto delle seconde generazioni. Senza contare un miglioramento dei servizi istituzionali, perché provino davvero a valorizzare i servizi informali, partendo dai problemi reali e dando gambe e chi già ci riflette ogni giorno.
Possibilmente, cercando di unire le forze, anche per quanto riguarda la ricerca, mettendo insieme i diversi lavori svolti, trovando anche nuove forme di comunicazione sul tema, lavorando davvero ad azioni coordinate. Per aiutare davvero le vittime di violenza, e non avere ogni volta l’impressione di partire per l’ennesima volta da zero.